giovedì 17 gennaio 2008

* Cronisti vittime

FEDERAZIONE NAZIONALE DELLA STAMPA ITALIANA
Unione Nazionale Cronisti Italiani

CRONISTI VITTIME DELLO SCONTRO POLITICO
TRA I POTENTI

Come sempre, quando i potenti si scontrano tra loro si sfogano contro i cronisti. Lo schema consueto si sta ripetendo in queste ore con i provvedimenti giudiziari contro Giovanni Tortorolo, caporedattore del servizio politico della agenzia ApCom.
Il ruolo professionale esclude che Tortorolo frequenti il Tribunale di S. Maria Capua Vetere che ha disposto gli arresti domiciliari per Sandra Lonardo, moglie del ministro Clemente Mastella, e indaga lo stesso Mastella e molti esponenti dell’Udeur.
Il collega, quindi, non ha appreso la notizia da magistrati, cancellieri, esponenti delle forze di polizia, avvocati. Con grande probabilità l’ha appresa in ambienti politici dove la notizia girava e veniva adoperata per le consuete manovre di potere.
I provvedimenti della magistratura – che non ha avuto nulla da eccepire quando la signora Lonardo è stata definita dal marito “ostaggio” in un Aula del Parlamento – contro Tortorolo, sono gli stessi che magistrati di tutte le Procure adottano contro i cronisti che svolgono il lavoro al quale sono tenuti dalla legge professionale e dalla Costituzione: scoprire le notizie, verificarle, riferirle ai cittadini. Un compito e un dovere che i giornalisti italiani svolgono e continueranno a svolgere nonostante tutti i tentativi di farli tacere.










* Salute di Mons. Farano

Gaeta: Condizioni di salute
Arcivescovo Emerito di Gaeta
S.E. Mons. Vincenzo Maria Farano

L'Arcivescovo di Gaeta S.E. Mons. Fabio Bernardo D'Onorio è fortemente preoccupato per le gravi condizioni di salute dell'Arcivescovo Emerito di Gaeta S.E. Mons. Vincenzo Maria Farano, che è attualmente ricoverato presso l'Ospedale Civile Santa Scolastica di Cassino. Segue costantemente l'evolversi della situazione e in questi mesi non ha mai mancato di far sentire l'affettuosa solidarietà al suo predecessore sulla cattedra episcopale gaetana, che risiede nella frazione formiana di Gianola. Tutti ricordano la presenza dell'Arcivescovo Emerito Mons. Farano all'insediamento di Mons. D'Onorio, anche se impedito su una carrozzella. E' nato a Trani il 21 luglio 1921 ed è stato ordinato presbitero il 3 giugno 1944. Ordinato a 52 anni Vescovo, il 30 settembre 1973, ha operato per lungo tempo come nunzio apostolico. Trasferito dal Pontefice alla sede di Gaeta il 14 agosto 1986 che ha retto fino al 12 aprile 1997, per circa undici anni. Con Lui sono iniziate le ordinazioni di diaconi permanenti nella nostra diocesi e si è vissuta l'indimenticabile Giornata di Gaeta con il santo Padre Giovanni Paolo II ospite della diocesi gaetana il 25 giugno 1989. L'Arcivescovo Mons. Fabio Bernardo D'Onorio invita i presbiteri, i religiosi e le religiose, i diaconi e tutto il popolo di Dio a pregare per l'Arcivescovo Emerito Mons. Farano.
Arcidiocesi di Gaeta

* Foto da Mercurio

Nasa: in arrivo foto da Mercurio
Scattate dalla sonda Messenger,
sono “eccezionali”


Sono in arrivo al centro spaziale della Nasa a Houston, negli Usa, le prime immagini di Mercurio scattate dalla sonda Messenger. Si tratta di immagini che la Nasa definisce “eccezionali” per la qualità dei dettagli, ma ci vorranno molti giorni prima di “scaricare” tutte le 1.200 foto previste. La sonda secondo i programmi dovrebbe transitare per due volte ad una distanza di circa 200 Km dal pianeta. Le precedenti foto furono scattate nel 1974 dalla missione Mariner.

mercoledì 16 gennaio 2008

* Papa: mancato discorso

Pubblichiamo di seguito il testo dell’Allocuzione
che il Santo Padre Benedetto XVI
avrebbe pronunciato nel corso della Visita
all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma,
prevista per giovedì 17 gennaio e annullata
ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE
Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti! È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della “Sapienza - Università di Roma” in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa?
Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo”–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che lasostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine
derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.
È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.
Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di atto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se eraconsiderata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio.
Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo.
È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione
sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come dielemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera?
In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi
ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa:
se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo
donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008

* Fabbrica del Vapore

RASSEGNA VAPORI ZEROOTTO – MILANO
22 – 27 gennaio 2008

NEKYIA
viaggio per mare di notte
INFERNO PURGATORIO PARADISO
con
Fiorella Tommasini, Diana Ferrantini, Chiara Elisa Rossini,
Mario Previato, Alessio Papa, Massimo Munaro
musiche e regia Massimo Munaro

Sarà Nekyia del Teatro del Lemming ad aprire la rassegna sul teatro del presente che si terrà dal 22 gennaio al 16 marzo alla storica Fabbrica del Vapore di Milano.
Lo spettacolo – sintesi definitiva di una serie di lavori preparatori - conclude la ricerca del Teatro del Lemming, durata quattro anni, sulla Divina Commedia.
Il lavoro drammaturgico è diretto alla sintesi, nel tentativo, al di là della lettera e della struttura del testo, di restituire, con un gesto estremo e purificato, la complessità di un percorso che abbraccia una riflessione sulla condizione psicologica, politica e morale dell’uomo e del mondo in cui vive. Il viaggio di Dante è infatti un viaggio nell’al di là del mondo e insieme è un viaggio alla ricerca del senso ultimo del nostro esserci nel mondo. Dante attraversa la sua anima individuale nello specchio dell’anima universale del mondo e incontra l’anima universale nel riflesso della sua propria anima.
Il Lemming ripensa così a Dante come ad un cittadino della polis, e alla sua Nèkyia, in greco viaggio per mare di notte o discesa agli inferi, come ad un tentativo di rifondare una comunità. Da qui la scelta di affidare ad un piccolo gruppo di spettatori (in questa caso diciassette) l’identità e il ruolo del protagonista.
Proporre a questo piccolo gruppo di spettatori una Nekyia sulle orme del viaggio dantesco, significa così riformulare il linguaggio del teatro in favore della sua essenza di rito radicale e trasformativo. Un rito che interroga lo statuto teatrale fino a rimettere in gioco i suoi poli fondanti: gli attori e gli spettatori. La loro relazione è qui ripensata, rispetto alla precedente Tetralogia, dove il coinvolgimento era pensato per ogni singolo spettatore partecipante, (si pensi al loro sconvolgente EDIPO per un solo spettatore) in favore del corpo di una, seppure piccola, comunità.
Per gli spettatori si tratta, durante questa esperienza, di rimettere concretamente in gioco il proprio ruolo e la propria funzione: dalla solitaria passività iniziale (Inferno), alla trasformazione (Purgatorio) in attori di un gioco collettivo (Paradiso).
La scommessa per il Lemming oggi è infatti quella di ripensare il Teatro come luogo di un rito collettivo.
«Il Lemming conosce l’alchimia di trasformare lo spettatore, ogni singolo spettatore nel protagonista assoluto. E’ una percezione devastante e commovente ad un tempo. E’ come se il teatro si facesse corpo per abbracciare i corpi dei convenuti e fondersi con essi: un’armonia di disagio e piacere, per un percorso di conoscenza dai tratti esclusivi. (…) Si esce storditi, con un groppo, e non sai se è per una gioia improvvisa o per una lacrima non pianta. »
Alfonso Cipolla/ La Repubblica, Torino – 29 settembre 2007
l’ingresso è riservato a diciassette spettatori a replica
N.B. Gli spettatori devono recarsi nel luogo dell’evento portando del cibo da loro scelto
Spettacoli: ore 20.00 lunedì riposo
Info biglietteria:
tel. 02. 8693659;
dal martedì al sabato ore 16.00-19.00
PRIMA DELLO SPETTACOLO SARA’ OFFERTO APERITIVO DA:
PER BACCO centro del vino sfuso
Via risorgimento, 214
Sesto San Giovanni

*Gaeta: dimissioni Pizzuti

Raimondi: «Le affermazioni di Mitrano sono di basso livello»
Urbanistica, il programma andrà avanti

Ancora una volta il coordinatore di Forza Italia dimostra di essere un «poverino» che sbatte i piedi come i bambini per farsi notare da papà e mamma che sono i suoi padroni politici.
«Mi meraviglia che un giovane appena nominato coordinatore di un partito che in tante occasioni ha dichiarato di voler essere costruttivo e propositivo usi toni antecedenti la Prima Repubblica – afferma Raimondi - Infatti, il suo delirante comunicato va ben oltre una sana dialettica politica, ma scende nel campo della trivialità e dell’offesa personale sia nei miei confronti (cioè del sindaco eletto democraticamente dai cittadini gaetani) sia dei miei collaboratori e in questo caso dell’ingegner Luciano Pizzuti che, per motivi personali gravi, ha dovuto rassegnare con rammarico le dimissioni da dirigente».
«Quando si entra nella sfera delle motivazioni familiari e personali non si può assolutamente parlare di capacità o di incapacità amministrativa – continua il Sindaco - ma esiste soltanto il rispetto delle persone e della loro dignità: cosa che Cosimino Mitrano sembra non saper fare. In ogni caso, l’Amministrazione si sta già muovendo per la sostituzione e tutti i nostri programmi nel settore dell’urbanistica e in particolare nei piano di zona andranno regolarmente avanti».
«A testimonianza di ciò – conclude Raimondi - proprio oggi ci siamo riuniti insieme agli assessori Cavalieri, Cicconardi e Avitabile, con la presenza del dirigente Pizzuti, con una rappresentanza dei cantieri per portare avanti il riassetto della cantieristica in zona Calegna-Piaja che ha segnato un ulteriore passo in avanti verso la concretezza dell’azione amministrativa sul territorio».

* Forza Italia - Gaeta

GAETA: DIMISSIONI DEL DIRIGENTE ALL’URBANISTICA

“Un fulmine a ciel sereno che dimostra nuovamente l’inaffidabilità del Sindaco Raimondi e della sua azione di governo”. E’ il primo lapidario commento del coordinatore cittadino di Forza Italia Cosmo Mitrano alla notizia delle dimissioni del dirigente all’Urbanistica Ing. Luciano Pizzuti. “Assunto neanche quattro mesi fa, scelto personalmente dal Sindaco dopo che quest’ultimo aveva defenestrato il precedente dirigente e deciso di condurre egli stesso le selezioni – afferma nella sua analisi il coordinatore cittadino di Forza Italia – il nuovo dirigente all’Urbanistica, settore chiave per un’Amministrazione, rassegna clamorosamente le dimissioni”. “Quanto accaduto è sconcertante e dimostra l’assoluta inaffidabilità dell’Amministrazione Raimondi che finora non ne ha azzeccata una – dichiara Cosmo Mitrano – ora il Sindaco deve non solo spiegarci le ragioni di questa scelta da parte di un dirigente che egli ha scelto personalmente, ma deve chiarire quale sarà il futuro che attende i piani urbanistici il cui avvio ancora una volta è a rischio”.
“Le rassicurazioni del Sindaco Raimondi in merito all’avvio dei piani di edilizia economica e popolare si sono rivelate ancora una volta pura propaganda e sterile demagogia improduttiva, ed i nostri timori circa la latitanza dell’Amministrazione riguardo proprio i piani non erano infondate e di fatto i piani sono bloccati – afferma Cosmo Mitrano – intanto per il momento dobbiamo confrontarci con un nuovo pericolo di paralisi di uno dei settori chiave dell’Amministrazione Comunale rappresentato dall’Urbanistica, ora vorremmo sapere dall’Amministrazione Raimondi come intendersi muovere per tutelare le decine e decine di Cooperative di Edilizia Economica e Popolare ed i soci stessi che da troppo tempo attendono la soluzione del problema casa, soluzione peraltro messa repentaglio sin da quando il Sindaco Raimondi si è insediato alla guida della città ed ha deciso di mandare a casa il dirigente del settore determinando tre mesi circa di paralisi nel settore”.
“Sul piano politico le dimissioni del dirigente Pizzuti nascondono evidentemente il fallimento, l’inefficienza e la pochezza amministrativa di un’Amministrazione che naviga a vista, che procede a tentoni, che ama i proclami e le declamazioni di principio, e che al contrario dovrebbe mostrarsi più umile e meno supponente – afferma in conclusione Cosmo Mitrano – i doveri essenziali dell’amministratore pubblico in tema di concretezza amministrativa e capacità di realizzazione degli obiettivi di governo, in questo caso rappresentato dalla soluzione del problema casa, il Sindaco Raimondi forse non li conosce o li ha dimenticati”.

* Teatro Moderno Latina

"ATTO COMICO"
Al via la “mini” rassegna di cabaret
Prenderà il via sabato 19 gennaio prossimo “Atto comico”, la “mini” rassegna di cabaret d’autore organizzata dalla “X-Event” presso il teatro Moderno di via Sisto V a Latina. Si tratta di una “mini” rassegna perché prevede cinque spettacoli, tutti di qualità, che inizieranno questo sabato 19 gennaio e si chiuderanno il 24 marzo. Quasi tre mesi di risate e divertimento assicurato.
Il primo appuntamento sarà con Rocco Barbaro sabato 19 gennaio alle 21.
Rocco Barbaro è nato a Torino da genitori reggini, ha trascorso in Calabria l'infanzia e la giovinezza. Frequenta la scuola di dizione e recitazione presso il Teatro Calabria diretto da Rodolfo Chirico e Gianni Diotayuti. Poi frequenta a Milano per tre anni il Laboratorio dell'attore diretto da Raul Manso. Ha iniziato la sua carriera con alcune esperienze nel cinema, nel teatro e in televisione, poi il successo arriva allo Zelig di Milano a fianco di David Riondino ed ha letteralmente trionfato al prestigioso Festival Nazionale dell'Umorismo Amore Mio di Grottammare. Rocco Barbaro ha lavorato per Rai 2, Telemontecarlo e Radio 105 ed ha debuttato nei più prestigiosi teatri italiani come il Parioli di Roma ed il Ciak di Milano. Ha trovato anche il tempo per scrivere un libro dal titolo "Menefotto!". Brillante autore ed interprete, racconta in tono ironico la sua esperienza di emigrante alle prese con la stressante realtà milanese.
I prezzi: 13 euro poltrona, 8 euro galleria.
La rassegna prevede anche i seguenti appuntamenti:
02 Febbraio – Alessandro Di Carlo
23 Febbraio – Dado
15 Marzo - Giovanni Cacioppo
24 Marzo – Chatrooms “La prima commedia in chat”.
Infoline: 0773.47.19.28 – 329.42.79.097.
Info anche su http://www.xevent.it/

* Comune di Gaeta

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE
(Avv. Pasqualino Magliuzzi)
Ravvisata la necessità di provvedere alla convocazione del Consiglio Comunale in seduta pubblica urgente di 1° convocazione, in considerazione delle problematiche relative alla politica sanitaria inerente il Presidio Ospedaliero “Mons. Di Liegro”;
Visti gli artt.53 – comma 7 – e 59 del vigente Regolamento del Consiglio Comunale con i quali si dispone per le riunioni in seduta urgente;
Visto l’art.56 del Regolamento del Consiglio Comunale, dettante disposizioni in ordine alle adunanze di prima convocazione;
Visto il Decreto Legislativo 18/08/2000, n°267 (TUEL);
Visto l’art.20 dello Statuto Comunale;
D I S P O N E
che il Consiglio Comunale di Gaeta è convocato – presso l’Aula consiliare dell’edificio comunale sito in Piazza XIX Maggio - in seduta pubblica urgente, di 1ª convocazione, per il giorno giovedì 17 gennaio alle ore 12:30, fino all’esaurimento dell’argomento all’ordine del giorno con prosecuzione, all’occorrenza, anche per i giorni successivi a quello iniziale di convocazione con inizio alle ore 09:00 (anche oltre le ore 24:00 di ogni giorno di riunione), salvo diversa determinazione del Consiglio, per la trattazione del seguente
ordine del giorno:
1) Ordine del giorno: Presidio Ospedaliero di Gaeta. Problematiche relative alla politica sanitaria inerente l’Ospedale “Mons. Di Liegro”. Determinazioni.


* "Nostri Figli in Cielo”

Un progetto per sostenere i genitori colpiti dalla tragedia di incidenti stradali, una richiesta di sostegno dalle istituzioni, ma anche una forte campagna di sensibilizzazione per far capire ai giovani come comportarsi alla guida di un mezzo
In occasione del 50 esimo anniversario della fondazione della Parrocchia di Borgo Flora è stata organizzata, con l’Associazione Europea Familiari e Vittime della Strada, vice presidente nazionale Giovanni Delle Cave un evento per ricordare e pregare, nell’impegno comune, di frenare le stragi della strada.
Sabato 19 gennaio si terrà nella parrocchia di Borgo Flora una celebrazione per ricordare in particolare i giovani morti in questi anni e tutte le vittime della strada. Infatti sono stati molti i giovani che hanno perso la loro vita sulle strade pontine e non solo su queste. Per venire incontro ai tanti genitori colpiti da questa tragedia è nato il progetto “Nostri Figli in Cielo” che prende il via proprio da Borgo Flora per volersi estendere là dove ci sia bisogno di consolazione. Un impegno e un aiuto a quanti hanno bisogno di questo dono, le iniziative saranno soprattutto quelle di offrire ascolto e sostegno spirituale e psicologico a chiunque lo richiederà, fare gruppo per condividere la fatica di continuare dopo la tragedia che colpisce e lascia disorientati.
Una occasione per dire quanto è stato fatto per far diminuire i drammatici conti dei disastri sulle strade, ma anche per ribadire che bisogna, con l’aiuto di tutti: istituzioni, scuola, parrocchia, mondo dello spettacolo e dello sport, gestori di discoteche, famiglie, forze dell’ordine per ridare sicurezza alla vita. L’iniziativa ha trovato il consenso e il plauso dell’Associazione Europea Familiari Vittime della Strada e il consenso della comunità di Borgo Flora, ma è solo un piccolo inizio, una luce che si accende e che vuole provare a mettersi con tante altre piccole luci perché risplenda la speranza.
Chiesa Parrocchiale di Borgo Flora (Cisterna di Latina)
SABATO 19 GENNAIO 2008 Ore 18.30 tutti sono invitati.
http://www.the-scoop.it/natiprimaday/miniatureehtml/DSCF9289_JPG_view.htm